Povertà. Mettiamola fuorilegge

povertàObiettivo della campagna è vietare alle imprese quotate di borsa di essere proprietari o gestori di beni e servizi essenziali per la vita.

di M. Paola Tavazza

Roma, 11 ottobre 2014. Fare opera di carità non è giustizia. Lo sanno bene i promotori dell’iniziativa internazionale “Dichiariamo illegale la povertà” (DIP) impegnati nei prossimi mesi a mappare in Italia le imprese quotate in borsa proprietarie o gestrici di beni e servizi strumentali ai diritti umani e sociali. Parliamo del diritto all’acqua, all’alimentazione, alla salute, all’alloggio, alla conoscenza, all’educazione. Diritti essenziali per la nostra vita che riguardano tutti, nessuno escluso.

Il problema.  Ogni impresa che si quota in borsa accetta che le proprie scelte strategiche – nel breve e nel medio periodo – siano influenzate in maniera decisiva dai detentori delle proprie azioni, in un contesto di mercati finanziari globalizzati a elevata incertezza e volatilità. Questo è lo scotto che l’impresa paga a fronte dei vantaggi attesi dall’ingresso in borsa: accesso maggiore ai capitali e ai mercati, ritorni più elevati – se tutto va bene – migliori e differenti opportunità di business, solo per indicarne alcune.

Parola d’ordine del mercato: ROI. Il “giogo” borsistico sottomette l’impresa a dare priorità assoluta a un solo obiettivo: creare maggiore valore per il capitale affidatole, soggiogando la definizione del valore di ogni “cosa” al criterio del suo rendimento finanziario, il famoso (ROI, termine inglese che significa Rendimento degli investimenti). L’unica cosa che interessa e scuote gli azionisti è il livello del rendimento del loro capitale, più elevato è il ROI più una “cosa” ha valore, riceve un grado di priorità maggiore nell’ambito della politica d’investimento per lo sviluppo economico e sociale. Pari interesse hanno i gestori dell’impresa.  Un ROI inadeguato comporta la pena, per l’azienda, di vedere i gestori dei portafogli dei risparmiatori ritirare i capitali e piazzarli altrove, di certo presso imprese concorrenti.

E gli aspetti sociali, umani, ambientali, democratici? Sono presi in considerazione unicamente nella misura in cui si rivelano influenti positivamente sui risultati. Se investire in una nuova versione di tablet rende di più che investire nella costruzione di acquedotti, questi ultimi incontreranno delle notevoli difficoltà a trovare finanziatori sui mercati di capitale nazionali e internazionali. La Responsabilità Sociale dell’impresa ha un limite insormontabile fissato dal livello di profitto.

Il legame con i processi di povertà. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito alla decisione dei poteri pubblici di affidare a soggetti privati la gestione e il finanziamento di tutti i settori considerati tradizionalmente rientranti nella sfera dell’economia pubblica e dei servizi collettivi pubblici. La loro finanziarizzazione – che non dimentichiamoci opera a livello internazionale – ha comportato che beni e servizi come la casa, l’acqua, la salute, l’educazione sono oggi sotto il controllo di soggetti finanziari privati, diventando sottomessi alle attività di natura speculativa.  Le conseguenze aberranti sono sotto gli occhi di tutti. Non solo si fa dipendere il valore, la salvaguardia, la promozione e l’uso di questi beni e servizi da logiche internazionali, espressione d’interessi di gruppi privati mondiali, ma si riducono a “mercati”, espellendoli dal campo della vita delle comunità umane.

Tutto è diventato mercato. Come la Borsa del petrolio funziona per promuovere sistematicamente gli interessi degli investitori privati e dei proprietari dei capitali attivi nel settore, cosi la Borsa del grano, del riso, la Borsa delle medicine, la Borsa dei programmi educativi on line non valorizza i beni e servizi citati nell’interesse degli affamati, dei malati, delle famiglie, delle scuole. Più il riso diventa scarso, più esso apporta “ricchezza” agli operatori borsistici (salvo errori palesi di strategia da parte loro).

Giustizia sociale e non carità. Ora, nei mercati non vi sono diritti umani e sociali, né interessi comuni, né futuro comune. La Borsa non rispetta l’ambiente – salvo quando ciò consente di migliorare i profitti – né procedure partecipative democratiche, né libertà (se non quella del più forte), né giustizia.  Diventa quasi stucchevole il “charity business”, carità che torna alla mente solo dopo che l’azienda ha raggiunto la propria ricchezza, allora può diventare caritatevole, fare mecenatismo, essere promotrice d’iniziative, spesso in sostituzione del sistema pubblico di sicurezza sociale. A questa ipocrita solidarietà, del settore privato e/o di un settore pubblico ispirato da una cultura privatista, vogliamo dire basta perché sappiamo a quale deriva ci porta: alla cultura dell’assistenza, dove la carità buonista sostituisce e zittisce ciò che è dovuto in termini di diritti e giustizia sociale. È dagli anni ’80 – quando sono iniziati nei paesi occidentali i processi di smantellamento del Welfare – che assistiamo allo sviluppo dell’assistenzialismo e al rafforzarsi e intensificarsi dei processi d’impoverimento. Forse, allora, non solo un caso!

La proposta di “Mettiamo fuorilegge la finanza predatrice”. Il DIP propone di far uscire i beni e i servizi suddetti dalle operazioni borsistiche attraverso una campagna nazionale di sensibilizzazione da condurre da subito accompagnata da un’azione di pressione cittadina sul nostro Parlamento per chiedere la modifica dell’attuale legislazione.

I prossimi passi dei promotori Per trovare le azioni più incisive e le modalità più efficaci per modificare le leggi esistenti è indispensabile come primo passo la mappatura sullo stato della proprietà e del controllo in Italia – da parte delle società quotate in borsa – dei beni e servizi strumentali ai diritti umani e sociali, che comprendono i beni comuni, i servizi, le forme di educazione, istruzione, cura e assistenza. La redazione di questo primo dossier d’informazione è affidata al gruppo di coordinamento del DIP.  Ma scrivere non basta. Sarà un compito arduo mettere nell’agenda del nostro Governo la modifica della normativa esistente sulle imprese e la finanza, poiché l’intero sistema economico e politico oggi dominante è fortemente ostile a qualsiasi misura rivolta a restringere le capacità di azione del settore privato.  Cosa fare, allora?

Sensibilizzare l’opinione pubblica. Questa è la soluzione per dare forza alla campagna. Il compito urgente di sensibilizzazione è affidato a un secondo dossier – che vedrà la stampa per la fine di gennaio 2015 – dove, attraverso alcuni esempi macroscopici, si mostrerà “chiaramente il fallimento delle ‘nuove imprese socialmente orientate’ e dello slittamento verso la mercificazione e la finanziarizzazione privata speculativa dei beni e servizi essenziali per la vita”. Parola del coordinamento.

Come aderire alla campagna.  Dichiariamo Illegale la Povertà fa appello – da subito – a tutti quelli che, già impegnati in azioni cittadine o interessati, vogliono prendere parte alla campagna “Mettiamo fuorilegge la finanza predatrice”. Partecipare è semplice e puoi scegliere tu come, rispetto al tempo e all’impegno che vuoi dedicare.

  1. Puoi iscriverti alla Newsletter del DIP per essere informato delle attività in Italia e altrove.
  2. Oppure puoi organizzare un gruppo di lettura del libro “Le fabbriche della povertà. Liberare la società dall’impoverimento“, che è un Manuale di lavoro per attivare le campagne di sensibilizzazione e rimozione dei fattori d’impoverimento scarica qui il Le fabbriche della povertà in formato pdf
  3. Ogni gruppo può sostenere le campagne proposte nel programma-manifesto, realizzare iniziative di informazione della cittadinanza, ma anche incontri nelle scuole prendendo contatto con il Gruppo Pedagogico dell’iniziativa, scrivendo a info@baningpoverty.org. L’azione è condivisa con gli altri gruppi a livello nazionale. Ecco l’elenco dei gruppi in Italia aderenti
  4. Se non è ancora presente un gruppo nella tua città, contatta la segreteria  per diffondere l’iniziativa. Predisporre banner informativi nel web, organizzare incontri di approfondimento, coinvolgere associazioni e comitati locali, sono solo alcune delle possibili declinazioni al tuo impegno.  Ben accette tutte le altre tue proposte!
  5. Puoi proporre al Consiglio Comunale della tua città di approvare una delibera di sostegno all’iniziativa Dichiariamo Illegale la Povertà contribuendo così alla “lotta contro le cause strutturali della povertà inerenti a una società ingiusta, inuguale e predatrice”.  Scarica il fac simile del Progetto di delibera comunale

“Mettiamo fuorilegge la finanza predatrice” è una delle tre campagne promosse dal DIP per rimuovere le cause strutturali che determinano la povertà. Per approfondire le altre due iniziative “Diamo forza a un’economia dei beni comuni” e “Costruiamo le comunità dei cittadini” visita il sito http://www.banningpoverty.org

 

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