Don Italo Calabrò, prete di strada

don Italo Calabrò“Un sacerdote capace di guardare il cielo senza mai distrarsi dalla responsabilità che abbiamo verso la terra”. Così don Luigi Ciotti descrive don Italo Calabrò per il quale è iniziato l’iter di beatificazione.

di Laura Cirella e Pasquale Neri

Reggio Calabria, 19 giugno 2015.  A venticinque anni dalla scomparsa di don Italo Calabrò, resta forte il ricordo della sua figura, soprattutto nelle persone che con lui hanno avuto la fortuna di condividere pezzi di strada importanti. Nell’ascoltare i racconti di chi ha conosciuto don Italo, si ha la chiara percezione di quanto il suo messaggio abbia influenzato la vita di molti e di come la sua determinazione e il suo rigore morale abbiano scritto tra le più belle pagine della storia di Reggio Calabria.

Agape, carità. Una delle persone che bene può raccontare chi era don Italo è sicuramente Mario Nasone, presidente del Centro Comunitario Agape, fondato proprio da don Italo Calabrò che donò alla comunità la sua stessa dimora, la stessa che tutt’oggi è sede dell’Agape a Reggio Calabria.

mario nasone

Mario Nasone

Il tuo primo ricordo di don Italo Calabrò?  E’ come insegnante di religione a scuola, al Panella. Era una scuola popolare, la nostra; molti studenti venivano dalla provincia, la maggior parte erano figli di operai, e poi era il 1968, un periodo turbolento. Eravamo accesi dai fuochi rivoluzionari, altre figure di prete tradizionali non avrebbero mai potuto fare presa su noi giovani di allora. Don Italo ci spiazzò, era diverso. Lui non controbatteva alle critiche anche feroci fatte alla Chiesa-Istituzione, rilanciava sempre. Con metodo graduale, affrontava con noi i temi più vari: dell’amicizia, dell’affettività. Conosceva i cantautori che ascoltavamo, le canzoni di De Andrè, ci raccontava le storie di personaggi simbolo del cambiamento, cattolici e laici: Martin Luther King, Gandhi, Follerau, Don Milani. E soprattutto ci incitava a non delegare, a lottare e reagire sempre. In quell’anno, in tutta Italia, tutte le scuole erano occupate dagli studenti. Lui ci incitò a occupare, a batterci per i nostri diritti, “il primo cambiamento è qui, la scuola è vostra”. Tutti dovevamo poter rappresentare le nostre rivendicazioni. Eppure le sensibilità che animavano quelle lotte studentesche erano tante. Tra queste c’era anche Lotta Continua; quando si trattò di comporre la delegazione che avrebbe incontrato il Prefetto, fu posto il veto proprio su Lotta Continua, irricevibile in Prefettura per la sua matrice ideologica. Fu don Italo che dialogò con loro giungendo al compromesso che, in delegazione, egli stesso avrebbe rappresentato Lotta Continua. Nessuno avrebbe potuto negare l’accesso a un prete, ma tutti dovevano essere rappresentati, anche le anime più radicali, tutti dovevano avere voce.

Mario, come don Italo Calabrò ha influenzato la tua vitadon Italo CalabròDon Italo ha investito molto sui giovani. Davvero, non come oggi si usa dire. Soffrì molto quando fu costretto a lasciare l’insegnamento. Lui ci ha davvero voluto bene. Con lui ti sembrava di essere unico, riversava attenzioni su tutti, aveva quest’abilità, di attraversare le vite delle persone. E’ sempre stato uno straordinario punto di riferimento. Lui credeva in noi, contava su di noi. E ci investì presto di responsabilità. Durante gli anni della scuola ci lavorò ai fianchi con la formazione, ci aprì gli occhi e la coscienza. Sapeva che il Vescovo, mons. Ferro, voleva realizzare una casa per accogliere i disabili e i malati prima reclusi nell’ospedale psichiatrico. E fece la proposta proprio a noi, anche se non avevamo nessuna preparazione specifica. Già l’estate stessa del diploma ci coinvolse nelle prime esperienze di comunità.

Fine anni ’60, quale era la Reggio di don Italo? Reggio era a ridosso della guerra per il capoluogo. Noi eravamo nel fuoco di una città che stava esplodendo, ma non avevamo ancora gli strumenti per capire ciò che stava accadendo. Lui invece sapeva leggere bene i fatti. Vedeva l’ingiustizia per il capoluogo mancato, soprattutto per l’abbandono da parte dello Stato centrale, ma capiva e non accettava la strumentalizzazione della destra fascista.

Ci racconti come sono nate la “Piccola Opera” e “Agape”? Piccola Opera e Comunità sono nate insieme. Don Italo diceva sempre che era importante fare le opere, ma necessario che vi fosse contestualmente una comunità, senza schiacciarci solo sul servizio. Era fondamentale fare un lavoro culturale, educativo e anche politico. Guardava con interesse al movimento sorto attorno alla rivista dei Quaderni Calabresi di Francesco Tassone e di Nicola Zitara; era un autentico meridionalista. Ci incitava alla partecipazione, anche se, quando venne il momento in cui ci candidammo, con l’esperienza di Insieme per la Città, con Giuliano Quattrone e Gianni Pensabene, lui non era d’accordo a fare politica dentro le istituzioni e ci mise in guardia, ma rispettò le nostre scelte. Noi eravamo visti come coloro che per la prima volta in città da cattolici non ci riconoscevamo nella DC, definiti “i comunisti”, degli estremisti, anche se lui ci difendeva sempre.

La lotta di Don Calabrò contro la mafia ha radici lontane … don italo calabrò republicaL’impegno antimafia di don Italo Calabrò nacque nella sua parrocchia, a San Giovanni di Sambatello, il paese di Don Mico Tripodo, tra i più potenti capi bastone della ‘ndrangheta di quegli anni. Dei grandi altoparlanti fuori dalla chiesa facevano risuonare le sue omelie in tutta la vallata. Così come nel confessionale, quando ascoltava le madri e le mogli degli ‘ndranghetisti, le loro sofferenze. Da un lato denunciava a viso aperto le ingiustizie, dall’altro ascoltava e cercava di salvare i ragazzi, i più giovani, i figli.
La sua era una pedagogia dei gesti. Quando la ‘ndrangheta sequestrò Rocco Lupini, un bambino di Molochio, era Natale; quell’anno nella parrocchia non fece porre il Gesù bambino nel presepe, una culla rimasta vuota per denunciare la profanazione della vita fatta con il sequestro di un bambino .
Don Italo immaginava già da allora, in modo profetico, tutte le misure usate oggi per contrastare la ‘ndrangheta: sottrarre alle mafie i soldi, prevedere pene carcerarie severe e allontanare i giovani dalle famiglie mafiose. L’omelia dopo il rapimento del piccolo Diano, così potente, e l’interruzione di ogni festeggiamento per la festa parrocchiale della Madonna delle Grazie di Lazzaro, furono il momento apicale ed anche di massimo pericolo per lui. Non ci diceva nulla, era schivo e riservato, ma capivamo che quelle parole, così dure e chiare, lo avevano esposto al rischio della sua stessa vita.

E oggi, cosa occorre per contrastare la criminalità organizzata? Il contrasto alla ‘ndrangheta è cambiato moltissimo. Negli anni 70 ed 80, ai tempi della guerra di mafia, molte cose non si sapevano, non c’era l’informazione che c’è oggi. Si faceva cronaca nera ma era assente il rapporto tra mafia, politica e imprenditoria. Non c’era il pentitismo e la ‘ndrangheta era come una pigna. Oggi la magistratura è andata molto avanti, con operazioni importanti che hanno minato fortemente lo strapotere della ‘ndrangheta. Troppo a lungo si è sottovalutato il fenomeno, nella convinzione che la ‘ndrangheta fosse una semplice appendice di cosa nostra, quasi una mafia di serie B e per questo ha potuto crescere quasi indisturbata; basti pensare alle centinaia di latitanti che operavano continuando a vivere in città e nei quartieri. La consapevolezza che invece fosse la più grande mafia al mondo si è avuta solo recentemente. Oggi la ‘ndrangheta è fortissima. E la risposta al suo strapotere non può avere solo il volto repressivo della magistratura e delle forze di polizia. E’ necessario continuare a investire sui giovani, sottrarli agli ambienti mafiosi, riscattarli, compiere un cammino accanto a loro. Se non si fa questo lavoro, tutto il resto rischia di essere tempo perso.

Don Italo è spesso paragonato ad altre importanti figure come don Milani, don Gallo, mons. Nervo, mons. Pasini. Tutti preti che hanno speso la propria vita in favore di chi viveva a vario modo la strada… 
don Italo calabrò ragazziDon Italo era un vero prete di strada. Sì, la sua vita è assimilabile a quella di don Milani o don Puglisi. Aveva una visione positiva della vita; ripeteva che non dovevamo mai perdere tempo a piangerci addosso, che dovevamo partire da noi stessi per cambiare il mondo. Ci ricordava che la lotta alla povertà non è una tavola rotonda, alla quale invitare degli esperti. E’ pagare di persona, condividere, lavorare sulle coscienze delle persone, è un mettersi insieme. E tutta la storia di don Italo è stato un mettersi insieme a noi. Le riunioni con lui non erano tradizionali incontri spirituali, il momento della preghiera e della riflessione era solo la prima parte, poi c’erano subito le storie, dove don Italo ci metteva di fronte alle vite crocefisse delle persone. Era come un Vangelo parte prima e parte seconda, in continuità.

I poveri, gli emarginati erano il primo pensiero di don Italo. La carità senza giustizia è monca, questo don Italo lo ripeteva sempre richiamando il Vangelo e gli insegnamenti conciliari. Dobbiamo lottare per rimuovere le cause strutturali della povertà, fare promozione umana, aiutare le persone a camminare da sole non limitarci all’assistenza. Nel 1975 si tenne a Roma il convegno ecclesiale nazionale dal titolo “Evangelizzazione e promozione umana”. Il nostro fu quasi un blitz, con don Pasini e don Nervo, riuscimmo a fare inserire nel documento finale della VI Commissione due punti importanti: la scelta prioritaria e preferenziale degli ultimi da parte della Chiesa (a quei tempi un orientamento per nulla scontato) e l’obiezione di coscienza come scelta esemplare da proporre ai laici e da diffondere. A quel tempo chi sceglieva il servizio civile era costretto a otto mesi in più di servizio, in forma quasi punitiva. Sandro Gozzo era un giovane cattolico di Padova che prestava servizio civile in una nostra struttura. Passati i dodici mesi, che erano la durata della leva, non accettando l’ingiustizia del differente trattamento, decise di porre fine al servizio, autoriducendosi i mesi. Ovviamente fu arrestato, portato al carcere militare di Palermo e processato come disertore. Chi andò al processo a testimoniare in sua difesa? Don Italo Calabrò, che davanti al Tribunale Militare sostenne le motivazioni ideali di quella scelta. Anche grazie a questa testimonianza la legge cambiò e il periodo del servizio civile fu parificato con quello militare.

“I diritti degli ultimi non devono essere ultimi”. Don Italo e la politica, quale rapporto? Alla politica don Italo non faceva sconti, rivendicava i diritti dei più deboli ad avere spazio e opportunità nelle leggi e nei bilanci nazionali e locali. Non si stancava mai di promuovere iniziative di sensibilizzazione e di denuncia delle inadempienze dei pubblici poteri, di collaborare alla programmazione di politiche sociali più rispondenti ai bisogni ed alle attese di minori, malati mentali, ragazze madri ecc.
Non faceva sconti su questo nemmeno a se stesso e a noi suoi compagni di viaggio. Don Italo non ci ha mai detto grazie per il nostro impegno. Ci ricordava che quello che facevamo era solo una piccola parte del nostro dovere perché i poveri hanno diritto ad avere giustizia. Viene prima la dignità delle persone, riconosciute tali a prescindere, poi tutto il resto. Da questo punto di vista era molto radicale, spesso provocatorio. Ricordo la storia di una donna schizofrenica. Durante le sue crisi talvolta si spogliava e restava nuda nella Chiesa Cattedrale. Questo generava sconcerto in Curia tanto da giungere a convocare una riunione per affrontare quello che appariva come un problema scandaloso. Ricordo che don Italo diede un pugno violento sul tavolo tanto da far tremare tutto e tuonò: “Qui gli ospiti siamo noi, la Chiesa è dei poveri”.

Il tuo ultimo ricordo? Un mese prima di morire, si volle accomiatare con chi aveva condiviso con lui i lunghi anni d’impegno e di vita comunitaria con queste parole: “Io credo che abbiamo pregato in tutta la nostra vita”. Ogni volta che abbiamo lottato per gli ultimi, ogni volta che ci siamo fatti carico di nuove situazioni, era il Signore che pregava. Abbiamo trovato difficoltà, contrasti, ma sempre abbiamo aperto, abbiamo accolto, abbiamo amato: questa è preghiera. Abbiamo cercato di fare passare nella nostra Chiesa, nella realtà civile, questo messaggio di amore con tutte le nostre forze anche se limitate: ma questa è preghiera. E’ scritto nel suo testamento: amatevi tra voi, di un amore forte, di autentica condivisione di vita, amate tutti coloro che incontrate sulla vostra strada, nessuno escluso mai! E’ questo il comandamento del Signore.

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