Disabilità mentale. Storie parallele

Il racconto di una mamma proiettata nell’universo della disabilità mentale, alternativo ed invisibile ai più.

di Rita Francese

Salerno, 26 giugno 2014. Sono una mamma “speciale”. Una di quelle mamme che si svegliano di soprassalto nel cuore della notte a causa del fragore prodotto da “Lui” nella sua stanza. Una di quelle madri che a volte è terrorizzata da una delle persone che ama di più, che apre guardinga la sua porta, con il fiato sospeso. Che sente il cuore stringersi mentre, impotente, gli vede fare a pezzi ciò che rimane della sua stanza, mentre ringrazia di non essere l’oggetto delle sue attenzioni, per ora. Una madre che lo abbraccia e, piangendo, lo implora di fermarsi: avere un figlio che distrugge tutto ciò che gli capita fa a pezzi per prima cosa il tuo cuore.

Condividere per sentirsi meno soli. L’accettazione e la discriminazione sono problemi per i fortunati: noi siamo in guerra ed il problema fondamentale è la sopravvivenza. Come evitare che non faccia male a sé stesso ed agli altri? Trovo conforto in una serie di gruppi su Facebook, dove parliamo tutti la stessa lingua. Miracolosamente, mi sento meno sola, ma molto più triste. Leggere degli scritti della madri di ragazzi più piccoli fa riaffiorare tutti i tormenti e le speranze che hanno segnato il mio percorso fino a raggiungere il punto in cui siamo.

Disabilità, storie di ordinaria discriminazione. Scrive una madre: “… la classe di mio figlio fa una cena… l’unico a non essere stato inviato è … G.”, suo figlio.
Un padre interviene “… la classe di mio figlio andò a Roma per 5 giorni, ma mi informarono solo 2 giorni prima … lui non partecipò … e poi mi parlano di inclusione …”
Io mi aggiungo, “… Sei anni fa mio figlio fu invitato ad una gita scolastica. Scoprii che era una gita a cui partecipavano solo i disabili e gli insegnanti di sostegno. Non lo mandai”.
Le preoccupazioni di un padre, “… Mi spaventa leggere del comportamento dei ragazzi grandi, per ora mio figlio si limita a lanciare le sue costruzioni, ma cosa diventerà da grande?”

Gli altri siamo noi. E’ incredibile quanta sia la  voglia di comunicare, di far capire al mondo che tanta gente porta sulle spalle ogni giorno un peso sempre più pesante, che questo peso può toccare a tutti. Molti, anche se siamo nel terzo millennio, storcono ancora il naso al passaggio di un disabile, o, ancora, lo guardano con commiserazione, come se il problema fosse lontano da loro e non li riguardasse. La spirale di disperazione che si intraprende quando ci si trova in una condizione “speciale” è più o meno sempre la stessa e non è detto che capiti solo a chi ha una disgrazia dalla nascita, si può incappare nell’Alzheimer o in una qualunque altra malattia in un momento successivo. Può toccare nostro padre, nostra madre, un fratello o un nipote. A quel punto tutto cambia e siamo costretti a capire, come è successo a me, che candidamente occupavo il posto dei disabili per andare dal parrucchiere.

Il coraggio di essere visibili. Tutti i genitori “speciali” che si incontrano sulla rete sono accomunati da storie parallele, di abbandono e solitudine, con modalità simili: la scuola, i parenti che si disinteressano, gli amici che spariscono, i medici senza umanità, gli ipocriti che fanno finta di interessarsi solo per lavarsi la coscienza… Siamo tutti proiettati in un universo alternativo invisibile ai più. Un universo popolato da angoscia e solitudine, ma anche da solidarietà ed affetto se si ha il coraggio di uscire dal proprio guscio e di ascoltare. A volte riusciamo anche a sorridere delle nostre disgrazie. Siamo tanti, molti di più di quanto si possa immaginare.

 

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