Accadde alla Clinica degli offesi. Parte terza

 

Il racconto di Thomas Zinzi

 

Mi si prosciugò il palato, ecco perché mi disse di bere e bere e lo feci per cercare in un angolo di ragione una risposta decente.

Forse doveva andare alla clinica degli offesi? Cosa era successo? Perché la parte più importante di Elsa, quella artistica, era morta? Morte apparente, stava dormendo forse, e un giorno si sarebbe risvegliata ecco perché in quella casa eravamo tutti in pigiama! Mangiava, camminava, leggeva, guardava, si vestiva, si spogliava…

Nell’arte del teatro si muore e nasce tutte le sere.

La signora cominciò a lavare i piatti, il marito ancora a tavola, guardava una vecchia partita di calcio e io mi sedetti in poltrona con più pensieri di prima.

Tra un po’ ti porto un caffè speciale. Grazie signora. Il sonno mi prese con se e mi portò con Elsa in un bosco. Il bosco delle parole

Mi tolsi la maglia, perché se la tolse anche lei e camminammo a petto nudo tra milioni di foglie. Che sensazione! C’era il curriculum interiore della sua vita e potevo leggere bene le parole della speranza, della fatica, dei suoi progetti e del fiore nel suo cuore che appena sbocciato nell’arte era stato calpestato e gettato sul vialetto delle foglie morte.

Vidi dov’era quella rosa, con tanta acqua, forse l’avrei…

 

Ecco il caffè! Grazie. Noi ora usciamo. Anch’io devo andare. La prego rimanga, andiamo a messa,

 un aperitivo e a cena siamo a casa. Avrei da fare, signora. Non serve intestardirsi sulle vicende della propria vita, ci dia una mano e vedrà che non avrà problemi di salute!

Ammutolii, ci tenevo alla mia presenza sulla terra. Se ne vuole un altro è nella caffettiera. Richiusi gli occhi fino a che li sentii uscire e chiudere la porta.

Il sogno che avevo fatto era significativo e avrei voluto raccontarlo ad Elsa.

Mi sei venuta a salvare? Io non ho bisogno di parlare, la mia unica espressione è il corpo, se vuoi puoi parlare con le mie mani, le gambe, il collo. Il mio corpo è stato toccato da tutti. Sono una puttana, forse, mi hanno pagato, mi hanno toccato e strapazzata da quando ero una bambina.

Ho vissuto in un film muto e quando ho provato a parlare, mi hanno lasciata in camerino,

poi in albergo e poi rispedita qui… Che ne sanno quei due poveracci!

 

A Milano per mantenermi, affittavo e subaffittavo nord e sud del mio corpo, sembrava tutto così poetico, ma era solo fatica e competizione… Oltre a schiacciare questo bel seno ero pressata da un ruolo che si nutriva di luci artificiali. Ho dormito poco in questi anni e voglio riconquistare i sogni.

Elsa aveva scritto tutto questo sulla parete accanto al pianoforte.

Elsa! Elsa dove sei? Non mi avrai lasciato solo, in pigiama, ad aspettare i tuoi genitori che appena leggeranno quella lettera sul muro moriranno d’infarto? Elsa rideva di gioia riconquistata sotto lo scroscio d’acqua della doccia. Vieni che ti lavo, sei sporco di presente!

Mi feci lavare e insaponare l’anima e nudo con la spugna in mano andai a cancellare quelle parole dal muro e scrissi ELSA E’ SALVA NON MORITE PIU’.

 

E uscimmo d’abiti nuovi a riveder le stelle. Non ero più solo. Non era più sola. Passammo sotto le finestre della Clinica degli offesi, cominciammo a urlare e tirare sassi. I pazienti, erano tanti,

s’affacciarono – uno prese anche una pigna in fronte- e increduli e storditi da farmaci e permanenza,

non riuscivano a parlare.

Scendete! Adelmo, era questo il mio nome, ha bisogno d’aiuto – disse Elsa – e non possiamo lasciarlo solo!

Anche Adelmo era offeso e io, Elsa, per le offese, non parlavo! E’ vero, ve lo giuro – dissi io! E continuò… Non ho parlato per cinque anni, ma grazie ad un periodo in pigiama, in ascolto solo di cose belle, ho ritrovato i miei genitori e incontrato la speranza in un sogno che Adelmo ha prodotto indossando anche lui il pigiama!

E’ tutto vero, dissi tremante ed emozionato e ora che mi sono vestito d’abiti nuovi, vi posso dire che è arrivato il momento di togliervi il pigiama e riconquistare la vita!

 

Ci fu un lungo silenzio, poi la ricoverata numero 25 che – me la ricordo bene – aveva il banco dei broccoletti al mercato dove andavo con mia madre, si spogliò completamente e da quel corpo provato da anni di gelo mattutino gridò dalle mani Voglio la strada a costo di fare di fare la mignotta! L’urlo lacerante spalancò gli occhi, il portone e le nostre bocche che s’incontrarono in un bacio d’anime indifese così intenso, talmente divertente, pieno di luce, che ritrovai tra le mani la piccola torcia elettrica. La scagliai contro la scritta sotto il terrazzo, si frantumò al suolo e lasciò sospese cinque lettere, come gli anni del silenzio di Elsa, che formarono una parola, sì, una parola perduta, una parola per la quale m’ero tanto intestardito che nell’oscurità della città sembrava A M O R E.

Per approfondimenti sull’autore e sul Progetto Miniera visita il sito www.progettominiera.it

 

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