Mi spiegate cos’è il Welfare?

welfare immagineCerchiamo assieme di informarci e prendere coscienza di cosa significa parlare oggi di Welfare.  Questo per noi è sempre il primo passo. Conoscere per capire quello che ci sta intorno, al di là degli stereotipi e di quanto ci dicono i media tradizionali.  

di Marica Manilia

Una prima definizione di Welfare. Complesso di politiche pubbliche messe in atto da uno Stato che interviene, in un’economia di mercato, per garantire l’assistenza e il benessere dei cittadini, modificando in modo deliberato e regolamentato la distribuzione dei redditi generata dalle forze del mercato stesso. Intendiamo il welfare, quindi, come il complesso di politiche pubbliche volte a garantire a tutti i cittadini, l’utilizzo dei servizi sociali ritenuti indispensabili così da migliorarne le condizioni di vita.

Il Welfare e la sua evoluzione storica. L’evoluzione del Welfare – fenomeno tipicamente Occidentale – si può dividere in tre fasi successive. La prima forma di Stato assistenziale si ha in Inghilterra: è il 1601 quando sono approvate le leggi sui poveri – Poor Law – che garantivano loro assistenza qualora le famiglie non fossero state in grado di provvedere. Due secoli dopo – con la prima rivoluzione industriale e la legislazione inglese del 1834 – il Welfare conosce la sua seconda fase: si tratta sempre di forme d’assistenza “individuali”, rivolte solo a una specifica classe sociale come poveri, orfani, minorenni. E’ in questo periodo che nascono le prime forme di assicurazione sociale per garantire i lavoratori dagli incidenti sul lavoro. Anche la Germania introduce, nei decenni successivi, forme evolute di assicurazione sociale. Arriviamo alla terza fase del Welfare nel secondo dopoguerra. Anno 1942 il Regno Unito approva il “Rapporto Beveridge – dal nome del suo autore l’economista William Beveridge – che introduce e definisce i concetti innovativi di sanità pubblica, pensione sociale, sicurezza sociale per i cittadini.

welfare state storia

La Svezia nel 1948 rende il Welfare universale, riconoscendo la pensione popolare fondata sul diritto di nascita, furono così parificati i diritti civili e politici acquisiti alla nascita. Il sistema di Welfare universale si mantiene in equilibrio fino agli anni ottanta, dove la notevole crescita della spesa pubblica è controbilanciata da un incremento del Prodotto interno lordo (PIL). Dagli anni ottanta e novanta i sistemi di welfare – universali o meno – entrarono in crisi in tutto il mondo per ragioni economiche, politiche, sociali e culturali al punto che oggi si parla di una vera e propria crisi del vecchio modello di Welfare State.

Il volto del nuovo Welfare tra condivisione e democrazia. Siamo arrivati oggi in una fase trasformativa del welfare, che potremmo definire Welfare Sociale, fatto di forme diffuse di prossimità alimentate da azioni di solidarietà condivisa tra la gente di un quartiere, tra persone che vivono le stesse problematiche, che abitano il territorio e che, insieme, tentano di fronteggiare i disagi che li circondano. Parliamo di marginalità, esclusione, fragilità, ma anche di povertà materiali, di un crescente numero di persone e famiglie che vivono nel disagio. Proprio in questo contesto caotico opera il volontariato.

Il volontariato, agente di cambiamento. Le realtà di volontariato, dalle prime esperienze a oggi, si sono sempre attivate da due esigenze fondative: una lettura attenta e non neutrale dei bisogni sociali e delle cause che producono emarginazione e, nello stesso tempo, un coinvolgimento personale e organizzato per condividere, integrare e accompagnare persone e gruppi in condizioni di particolare fragilità verso un pieno inserimento nei normali circuiti di vita relazionale e civile. Un volontariato che si connota e che è tale solo se ha un “radicamento sociale” nella sfera della prossimità condivisa, come spiega Giorgio Marcello  che ha analizzato a fondo la stagione emergente del volontariato come agente e soggetto di cambiamento. L’essere radicati nel territorio, porta con sé la consapevolezza, sancita negli articoli 2 e 3 della nostra Costituzione, che s’ispira alla visione del volontariato come elemento costitutivo della “polis”, ben lontana e distante dalle interpretazioni assistenzialistiche e paternalistiche tipiche di un certo perbenismo filantropico.

welfare di comunitàWelfare di comunità, per coniugare bisogni essenziali e opportunità. Questa è la nuova visione del welfare: una spinta dal basso, fatta di associazionismo spontaneo, di protagonismo diretto che nella situazione d’impoverimento progressivo – generato da una crisi economica di lunga durata – può costituire, in particolare per le giovani generazioni, uno strumento di emancipazione e pieno riconoscimento dei diritti. Ma da solo non basta. Occorre corredare questo protagonismo con una nuova coscienza politica, frutto di una rinnovata mentalità democratica centrata sulla maturità di un discernimento critico in grado di produrre più partecipazione, più solidarietà, più occupazione virtuosa, in una parola più benessere per sé e per la comunità.Questa nuova versione dello Stato sociale, che ci piacerebbe definire “welfare di comunità”, secondo noi, è l’occasione per riscrivere la grammatica e il lessico di un nuovo patto intergenerazionale, in grado di coniugare bisogni essenziali da ridefinire nelle priorità post-globalizzazione e nuove opportunità emergenti da una mancata cura del territorio che abitiamo. La convinzione che ci anima, e che non troviamo nel linguaggio della politica, è che dalla crisi si esce, “insieme”: “unendo le forze, collaborando, condividendo mezzi, strumenti e saperi”

immagine dossier welfare 5Volontariato e crisi economica: quale relazione? Siamo immersi nell’incertezza costante del domani, la crisi economica, che è anche crisi dei legami, educativa, quasi antropologica, sta allargando a dismisura l’area delle povertà sia materiali sia relazionali. Ogni Stato è messo alla prova nel garantire forme nuove e originali di sussidiarietà, tutela e prossimità nei confronti dei propri cittadini, particolarmente di quanti fanno fatica, da soli, a reinserirsi nel tessuto sociale che la crisi moltiplica a dismisura.Discutere di welfare oggi, in particolare di un welfare rinnovato nell’impostazione e nelle finalità, è complesso tanto che passano gli anni e l’Italia e l’Europa ancora balbettano nell’approntare strade nuove in grado di governare le vecchie e le nuove forme d’ingiustizia e diseguaglianze sociali.

Crisi economica e cambiamenti epocali. Un Paese e un continente che rischiano un progressivo, lento e inarrestabile declino – con il rischio di un distacco profondo tra cittadini e istituzioni – se non riusciranno a far fronte ai grandi cambiamenti epocali in corso come le migrazioni bibliche dei paesi poveri, l’inoccupazione giovanile, l’emancipazione femminile, l’invecchiamento della popolazione, la denatalità dell’Occidente. Ogni crisi economica, se pur in maniera diversa, ha un impatto su ogni classe e di conseguenza sulla società, compromettendo l’equilibrio di eguaglianza e giustizia che sono l’essenza della democrazia.

Parola d’ordine: tagli e sacrifici. A tutti noi sono chiesti sacrifici – dal Governo italiano e dall’Europa – con il medesimo leitmotiv: abbassare i costi attraverso tagli alla spesa pubblica, al diritto alla salute e al lavoro dei cittadini (da ultimo il Jobs Act e la riforma pensionistica). Con la Legge di Stabilità, questo scenario ha preso forma. L’Osservatorio Sanità di Uni Salute rileva come per il 47% degli intervistati la qualità del servizio offerto dalle strutture pubbliche negli ultimi due anni sia peggiorata.

welfare italia

L’istruzione non è da meno. Nel 2014 il Ministero dell’Istruzione ha avuto una sforbiciata da 148,6 milioni di euro così ripartita: -30 mln a carico dell’istruzione pre-scolastica; -36 mln alla scuola primaria; -17,6 alla secondaria di primo grado; -54,8 alla secondaria di secondo grado; -5,4 milioni per l’istruzione universitaria e un milione in meno anche alla ricerca. A tutto ciò si aggiungono i continui tagli al welfare: la risposta all’aumento di persone in difficoltà è la diminuzione dei fondi destinati a sostenerle. Sul fronte dell’occupazione la progressiva assenza di progettualità lavorativa, che uno Stato di crisi non riesce a offrire, sfocia in un repentino aumento di disoccupazione. Ansia, incertezza e disorientamento è il clima che oggi tutti respiriamo. Ogni parte sociale è messa in discussione, per i giovani diminuiscono le prospettive lavorative, gli anziani vedono calare la possibilità di potersi godere una vecchiaia serena, dove tutti i sacrifici di una vita diventano castelli di sabbia. Così come i servizi diventano precari da quelli preposti alla salvaguardia della salute, alla sicurezza, all’assistenza, alla formazione, per non parlare dei problemi legati all’alimentazione e all’ambiente. Tutto questo ha un solo risultato: abbassare il tenore di vita.

Lotta alle vecchie e nuove povertà. Era il  1992 quando in un incontro tenutosi a Paestum Don Tonino Bello, denunciò come le  Istituzioni pubbliche, proprio all’atto del decollo dell’Unione Europea,  facessero fatica  ad intestarsi correttamente un piano generalizzato di lotta alle vecchie povertà che resistono ed alle nuove che si affacciano, e nel contempo ammoniva lo stesso mondo del volontariato a non abbassare la guardia rispetto alle nuove sfide che incombevano sul quadrante della storia. In particolare don Tonino, con la lungimiranza profetica del vescovo di strada, come amava definirsi, indicava una strategia possibile nel costruire ponti tra il Mediterraneo e i Paesi che vi si affacciano, mettendo al centro non l’individualismo sfrenato e la concorrenza quanto e di più la giustizia e la solidarietà.

La crisi come possibilità di crescita. La crisi economica ha accelerato i processi innovativi. Giovani e meno giovani inventano e re-inventano – spesso perché sono costretti a farlo – il loro posto nel mondo del lavoro: cercando di trovare soluzioni a problemi emergenti. Si registra una crescita nel numero di piccole realtà economiche di auto-impiego. Qui il fare sociale, con finalità d’interesse condiviso, si fa lavoro diventando, spesso, punto di partenza per fare impresa. Sono nuove forze capaci di generare – come la definisce Hirschman – “energia sociale” e diffondere modelli innovativi di attività.

Verso un nuovo modello di Welfare. Cosa fare? La crisi che attraversiamo rende immediata e ineludibile la necessità di fare un cambio di rotta. Una proposta culturale innovativa è stata suggerita dalla Fondazione Emanuela Zancan e porta il nome di “Welfare Generativo” (WG). Si tratta di un welfare capace di rigenerare risorse, che possano aumentare il rendimento delle politiche sociali a beneficio della collettività. Significa poter riutilizzare e dare nuova vita a risorse già disponibili intorno a noi. Un’idea che supera il vecchio modello di welfare dove lo Stato raccoglieva le risorse – attraverso il sistema fiscale – e le ridistribuiva secondo le esigenze.

immagine dossier welfare11Un Welfare Generativo che cambia anche il concetto stesso di “bene”. Il termine “bene”  nella prospettiva sociologica – elaborata da Pierpaolo Donati e Riccardo Solci – è  “una realtà che soddisfa dei bisogni propriamente umani, ed è «buona» in quanto realizza questo soddisfacimento”. Ecco che dalla definizione vengono fuori la concretezza del bene, elemento di scambio tra le persone e gruppi sociali. Il termine “relazionale” rimanda alla relazione sociale: la società è fatta di scambi, di relazioni e così il bene è fatto di relazioni che permettono lo scambio e il soddisfacimento di chi ne usufruisce. Non esiste, quindi, risorsa o bene se non vi è la persona. Le persone sono la base delle relazioni che permettono il raggiungimento del bene comune.

Il Welfare Generativo e le sue regole. Sono cinque i verbi che caratterizzano il welfare generativo: Raccogliere, Redistribuire, Rigenerare, Rendere e Responsabilizzare.  I primi due – raccogliere e redistribuire – sono concetti già applicati nelle politiche classiche di Welfare, come abbiamo visto con William Beveridge. Rigenerare, Rendere e Responsabilizzare - applicate attraverso il paradigma generativista – ci mettono di fronte al “fare” e soprattutto dinanzi al coraggio di “condividere le responsabilitá”..Il bisogno diventa, così, un’opportunità per tutti di crescere economicamente, creando nuovi vantaggi lavorativi che consentono di colmare le falle sociali, e soprattutto avvantaggiando così la messa in moto della società.

La catena della bontà. La società migliora solo dall’unione di più forze, come ci spiega nel film di Mimi Leader il piccolo Trevor.

la catena della bontà

Oggi bisogna cambiare tutto quello che non va, dobbiamo pensare che sia possibile, dobbiamo passare il favore, come dice Trevor nel  film “io farò qualcosa che qualcuno non può fare da solo, e loro lo faranno per altri”. Siamo  tutti responsabili, occorre comprendere che il fare per gli altri è l’unica possibilità per creare benessere, forza lavoro, per sopperire a tutte le mancanze che questa società non riesce a soddisfare.

Nuovi bisogni e nuovo Welfare. Bisogna saper leggere i bisogni del territorio che ci circonda, generando così energia nuova da mettere in campo. È necessario pensare a uno Stato sociale che inizia ad auto-organizzarsi, capace cioè di produrre servizi di pubblica utilità, una nuova forma di welfare che parte dal basso. Diversamente dagli anni passati nei quali era lo Stato a dover garantire servizi al cittadino, – attraverso un procedimento definito top-down (dall’alto al basso) – oggi abbiamo sempre più dimostrazioni dell’importanza di azioni bottom-up (dal basso all’alto). Si tratta di una forma di prossimità, un’assistenza sempre più attiva dal basso, presente tra noi cittadini, o attraverso le realtà che compongono il terzo settore – associazionismo, volontariato, imprese sociali e altre realtà non profit – che sempre più svolgono e promuovono azioni assistenziali, che prima erano unicamente di competenza dello Stato e degli Enti locali territoriali. Doveroso è precisare che il nuovo volto del welfare così descritto, vuole integrare, accompagnare, supportare lo Stato laddove le strutture preposte non arrivano ma senza mai sostituirsi a esso.

Dal Welfare State al Welfare Society. Arriviamo così a parlare di Welfare society, termine che racchiude l’azione congiunta di forze pubbliche e private per arrivare a garantire la piena fruizione dei diritti ai cittadini, grazie anche all’apporto del volontariato, dei lavori socialmente utili così come dei percorsi formativi di cittadinanza attiva. Ota de Leonardis, docente in Sociologia dei processi culturali presso l’Università Bicocca di Milano, nel libro “In un diverso Welfare: sogni e incubi”, parla di mercato sociale, inteso non solo come riscoperta del lato buono del mercato economico, fatto di un moltiplicarsi di relazioni interdipendenti volte al miglioramento delle condizioni della persona, ma anche di un mercato che non utilizza un vecchio scambio fondato sul denaro, ma incentrato sullo scambio di relazioni.

welfare tessere legamiObiettivo del nuovo Welfare: ricomporre i legami. Con l’avvento della modernità la società ha sempre più percorso la strada della frammentarietà dei rapporti.Richiamando la sociologia, per George Simmel i meccanismi lavorativi hanno incoraggiato l’individualismo e l’egoismo, mentre per  Zygmunt Bauman la società può essere definita liquida; per questo  nel libro Vita Liquida, sottolinea l’instabilità dei rapporti umani. I rapporti umani, per il sociologo, si dissolvono ancor prima di essersi consolidati. Siamo immersi della fragilità dei rapporti, nella precarietà dei legami, nella paura dell’altro; i rapporti si reggono sul nulla, spesso nascono su internet sfruttando il non conoscersi davvero. Questa frammentazione indebolisce la comunità, non permettendo di dar vita a reti significative e stabili di relazioni e di tutela sociale.Siamo chiamati tutti ad essere “custodi e non padroni della terra”, così come avverte Achille Rossi, un propugnatore di economie alternative. La nuova centralità, affermatasi come leva strategica per i nuovi volontariati  è spostare l’attenzione dalla relazione al legame. Oggi, non basta entrare in semplice contatto, ma è fondamentale creare un vero e proprio vincolo di natura morale, cioè è fondamentale creare rapporti  che portino alla creazione di realtà attive nel territorio, per questo è interessante assumere la comunità come ambito privilegiato di azione sociale.

Parlare di legami, di prossimità, di Welfare Generativo è importante ma ancor di più conoscere le esperienze di chi, quotidianamente, lo mette in pratica in Campania costruendo e percorrendo nuove strade di prossimità. Ecco le loro storie.

immagine dossier welfare 15Il Rione Sanità di Napoli diventa attrattiva culturale. La Cooperativa La Paranza, fondata nel 2006 a Napoli nel rione Sanità – un quartiere diviso tra contrasti e grandi risorse – ha come obiettivo di “cambiare la città” invece di abbandonarla per le difficoltà che presenta viverci. E’ un’esperienza tutta giovanile che attiva e porta a nuova vita le bellezze del posto, usando quel che già c’era sul territorio.  Oggi grazie a loro molte delle attrattive artistiche della zona, sono visibili. Hanno iniziato, nel 2006, con la gestione della Catacomba di San Gaudioso, nella Basilica di Santa Maria della Sanità, poi nel 2008 si è avviata la gestione e all’apertura al pubblico delle Catacombe di San Gennaro. Dalle visite la cooperativa ha lanciato un nuovo servizio: l’accoglienza di turisti e pellegrini che vogliono trascorrere qualche giorno a Napoli. I pellegrini sono ospitati in due conventi – Casa del Monacone e Casa Tolentino – che sono strutture di recupero già presenti sul territorio. L’idea della cooperativa si è concretizzata anche grazie al sostegno economico di chi ha creduto in questi giovani, prime fra tutti l’associazione L’Altra Napoli onlus e Fondazione con il Sud.

Cooperativa sociale onlus “La Paranza”
Via Sanita 124 – Napoli
Telefono: 338.9148012
E-Mail info@casadelmonacone.it
Sito internet www.catacombedinapoli.it 

 

cooperativaTessitrici di nuove speranze: la Cooperativa NewHope. A Caserta la Cooperativa sociale NewHope dal 2004 gestisce una sartoria etnica. Il progetto ha radici lontane, quando nel 1995 tre suore Orsoline del S. Cuore di Maria, trasferitesi da Vicenza a Caserta, hanno dato vita al Centro di accoglienza “Casa Rut”. Una casa che accoglie donne in difficoltà immigrate e italiane, spesso reduci da storie di violenza domestica o sessuale. Obiettivo era ridare dignità a queste donne creando lavoro, senza fermarsi alla carità cristiana. Il lavoro come dignità, aiuto e fierezza. Da qui l’idea di dar vita a una vera e propria sartoria etnica, inoltre grazie alle potenzialità d’internet la sartoria ha aperto un e-commerce così da poter vendere su tutto il territorio nazionale le loro creazioni.

Cooperativa sociale NewHope 
Via del Redentore 48/50 - Caserta
Telefono: 0823.1455621
E-mail: storenewhope@gmail.com
Sito internet: www.coop-newhope.it

 

casa del volontariato di gela

Il volontariato trova casa a Gela. Rivalutare al meglio il territorio di Gela, costruendo reti tra volontari, cittadini, amministrazioni pubbliche e studenti, questi sono gli obiettivi che La Casa del Volontariato di Gela persegue da anni.Nel 2012 proprio unendo le forze tra cittadini, volontari e scuola ha lanciato  il progetto “Il Passaporto del Volontario”: un’iniziativa rivolta agli studenti delle scuole locali per coinvolgerli in attività di pubblico interesse. Dal giugno 2016, l’associazione ha messo in campo una nuova sfida assieme all’amministrazione pubblica locale per “rigenerare gli spazi comuni”, grazie alla firma di un Patto di Collaborazione. L’iniziativa #cantieregela ha permesso – avvalendosi della partecipazione attiva dei cittadini – di ristrutturare un sito archeologico dismesso restituendo, al contempo, un pezzo del territorio come attrattiva locale.

Casa del Volontariato di Gela
Via Ossidiana, 27 – Gela (CL)
Sito internet: www.volontariatogela.org 

welfare cambimentoDiamo forza ad un Welfare capace di generare economia sociale. Siamo, allora giunti alla conclusione che Welfare oggi non è mera redistribuzione di servizi, ma vuol dire risolvere criticità emergenti, utilizzando tutti i mezzi a nostra disposizione già sul territorio; questo è il welfare che nasce dal basso, che diventa innovazione, capace di generare economia sociale.

Si è aperta l’era delle start up sociali che hanno come mission di creare economie sostenibili e portatrici di buone pratiche sociali, realtà che tessono legami tra chi crede possibile il cambiamento del proprio territorio, partendo e ripartendo da quello che si ha a disposizione, dando forza e rafforzando idee, esperienze e partecipazione all’interno dei territori locali.

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