Intervista a Filippo, volontario presso un centro d’accoglienza

In questo articolo potrete leggere un intervista ideata da due ragazzi che svolgono il Servizio Civile
Solidale presso il MoVi del Friuli Venezia Giulia, Ilaria e Claudio. Principalmente si parlerà
direttamente con Filippo Godano volontario che si è attivato appunto in un centro di prima
accoglienza, intraprendendo questa iniziativa e provando nel centro d’accoglienza di Reggio Calabria. Gli imponenti fenomeni migratori che stanno inondando l’Italia con flussi continui dei profughi sono un grande ed attuale problema di emergenza umanitaria. Gli enti e i volontari che li soccorrono sono fondamentali in tutti i frangenti, dal recupero, agli sbarchi alla prima accoglienza. Nell’articolo che segue, le sue dichiarazioni.

Bene Filippo, allora iniziamo col chiederti, che tipo di attività svolgi lì?

Sono ritornato qualche giorno fa, dunque ho terminato la mia esperienza a Reggio Calabria. Ho trascorso un mese e mezzo in un centro di prima accoglienza che ospita sei minori non accompagnati. La mia attività ordinaria era piuttosto semplice: studiavo con loro, principalmente italiano, e condividevo ogni altra attività; si andava a passeggio, a spiaggia, a correre, a giocare a calcetto…

Cos’è di preciso un centro di prima accoglienza, come funziona?

Un centro di prima accoglienza è la struttura che ospita i migranti dopo lo sbarco. Per legge dovrebbero trascorrervi un massimo di trenta giorni: il tempo necessario per trovare un posto libero in un centro di seconda accoglienza, uno SPRAR. Per i migranti dovrebbe dunque essere una struttura di transito, per cui il centro deve offrire vitto e alloggio, ma non è tenuto a intraprendere percorsi di alcun tipo. Nei fatti, i migranti trascorrono talvolta mesi o anni prima di essere trasferiti. Il centro nel quale ho operato, sostenuto da numerosi volontari, avvia con i ragazzi che ospita un percorso educativo: è una scelta consapevole, l’alternativa è il limbo.

Che rapporto avevi con i ragazzi, è stato difficile?

Un ottimo rapporto! All’inizio ero titubante, non sapevo esattamente come comportarmi. Non avevo mai lavorato prima con adolescenti, né con migranti. Coi giorni ho assunto naturalezza, siamo stati bene insieme, le differenze culturali erano tante, e ci hanno fatto divertire!

Quante ore passavi con loro?

Vivevo con loro, dunque 24 ore al giorno. Mi sono preso un paio di giorni liberi per andare al mare, talvolta sentivo l’esigenza di staccare. La prima settimana dormivo su un materassino nel soggiorno, poi due ragazzi hanno iniziato a dormire assieme, liberando un letto per me. E lì, davvero, passavamo tutto il tempo insieme!

Per loro è importante avere figure come voi vicino?

Credo che la dimensione del volontariato sia necessaria, a salvaguardia di un’accoglienza che non diventi esclusivamente numero da gestire. I ragazzi subiscono spesso razzismo: talvolta è un alito, talvolta è espresso. E’ una pressione quotidiana: credo importante andare nella direzione opposta, esprimere l’accoglienza. Alex Zanotelli scriveva che è importante dare il nostro tempo, anche quando si ha solo quello.  La penso così.

Questa esperienza è stata come l’avevi immaginata oppure no?

È una situazione complessa, dove i problemi si sommano e si intersecano: penso ad esempio a come il fenomeno migratorio sia occasione di business per la criminalità organizzata. Questo lo aspettavo.  A livello personale immaginavo un’esperienza più “eccitante”, mi sono invece trovato giornate talvolta ripetitive, noiose o stressanti.

Credi che tutto questo ti abbia aiutato a capirli?

È stato mettermi nei loro panni: la noia e lo stress erano nostri, non miei. Questo è stato utile. Poi ci sono state giornate più intense, come quella della sbarco.

Lo sbarco come è stato?

È stato nella notte, con poche ore di preavviso. Una barca a vela di diciotto metri con un’ottantina di persone a bordo. L’accoglienza è stata estremamente confusa. Pareva che nessuno sapesse cosa fare, e forse era così,  non c’erano mediatori culturali, il personale medico non parlava inglese… è stato peggio di quanto potessi immaginare. E di molto.

Nel complesso cosa pensi del sistema di accoglienza?

Penso che non ci sia un pensiero politico: dopo anni non siamo ancora dotati di una visione e dunque non abbiamo saputo strutturare un sistema. La mia impressione è che si sia allo sbaraglio, in una sorta di mucchio nel quale si può trovare di tutto. Quello che ho visto, il clima che ho respirato, non è stato positivo. Spesso i centri di accoglienza sembravano mettersi in competizione: più volte ho sentito dire dai responsabili “noi siamo i migliori”, quasi fosse un campionato. Credo opportuno fare rete e pensare che possa esserci qualcuno migliore di noi, da cui imparare. Perché è così.

Cosa pensi ti rimarrà di questa esperienza?

Tra qualche tempo saprò rispondervi… ma credo il legame che ho instaurato con i ragazzi: con alcuni è nata un’amicizia che spero di portare con me.

Lo immaginavo. E quindi lo rifaresti?

Si, assolutamente.

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