Don Italo Calabrò. Parole per le nuove generazioni

donitaloUna delle espressioni più forti di San Paolo è “contro ogni speranza, sperare”. (…) La speranza vera è quella che da radici e vigore alla lotta. Chi spera veramente lotta fino alla fine.

di Laura Cirella

Reggio Calabria, 09 maggio 2015.Don Italo Calabrò è stata una delle figure più importanti della storia della città di Reggio Calabria e della Calabria. Non soltanto per il suo messaggio pastorale e di fede, non soltanto per le sue parole di prete, ma anche per le sue azioni di uomo, per ciò che, per molti, uomini e donne, cattolici e laici, ha rappresentato.
Resistono al tempo i messaggi forti, le parole e le scelte chiare, le vite limpide di impegno. Per questo le parole, le scelte, la vita di Don Italo Calabrò non sono state mai dimenticate. Nemmeno a 25 anni dalla sua morte.

Un calendario di eventi per ricordare don Italo. Una Commissione ad hoc, costituita dall’Arcivescovo Morosini, organizzerà una serie di eventi per evidenziare lo spessore umano e sacerdotale di don Italo Calabrò, un uomo che ha risposto alla chiamata del Vangelo facendo della propria vita un dono a quegli uomini e donne a cui la società aveva tolto spazi di dignità e libertà: poveri di ogni categoria e disabili.

Come una luce nel buio. Scorrendo le cronache dei fatti degli anni 70 e 80 a Reggio Calabria, si comprende bene cosa potesse significare, allora, perseguire la strada dell’impegno per una giustizia sociale. Un ventennio nerissimo: prima la rivolta per Reggio capoluogo, le strumentalizzazioni e la violenza; poi la guerra di mafia, i morti ammazzati per strada, settecento, forse mille, il terrore di una città dilaniata, tradita, ferita. La pesante cappa di silenzio omertoso, mentre si muovevano i fili di interessi sporchi e particolari. Solo nei primi anni 90 una rinnovata e coraggiosa speranza. In quella notte buia si aggirava, come con un lampadiere appoggiato sulla spalla, Don Italo Calabrò, un uomo dai modi gentili ma fermo e risoluto nelle sue parole, sferzanti, contro la violenza e la sopraffazione mafiosa che soffocava la città in quegli anni.

Non c’è libertà senza giustizia. “Definire uomini d’onore quelli che abusano della debolezza degli ultimi e dei poveri, per ragioni di potere e per fini di arricchimento personale, è un’offesa alla verità” tuonava Don Italo. I poveri, gli emarginati, i senza voce: di loro si occupava quotidianamente. Lo faceva per missione e per vocazione ma lo faceva anche con la convinzione che non c’è giustizia se non c’è liberta. Lo faceva sapendo bene che proprio la mafia, il suo controllo asfissiante, il suo incancrenire la società e le istituzioni, il suo frenare ogni tentativo di sviluppo economico e sociale, rappresentava la condanna alla sottomissione perenne, la condanna per gli ultimi a restare ultimi, a non trovare riscatto, a non poter sollevare la testa.

“Il mafioso non è uomo e non ha onore”. Il 27 luglio 1984 a Lazzaro, frazione marina di Motta San Giovanni, viene rapito Vincenzo Diano, bimbo di appena 10 anni. In quegli anni i sequestri di persona erano molto frequenti poiché rappresentavano un’importante fonte di arricchimento per la ‘ndrangheta per reinvestire in droga e armi. A Lazzaro erano in corso i festeggiamenti per la Madonna delle Grazie ma la comunità parrocchiale, appreso del rapimento, con un gesto fermo e coraggioso, sospese ogni festeggiamento. Dalla piazza del paese don Italo Calabrò leverà un’omelia di rara potenza. “I mafiosi si ritengono uomini e, addirittura, “uomini d’onore”: se c’è qualcuno che invece non è uomo è il mafioso, e se c’è qualcuno che non ha onore è il mafioso” (…) “se noi diciamo: “costoro sono delle belve” offendiamo le belve; no, le belve obbediscono a degli istinti e sono condizionate dagli istinti, ma si fermano dinnanzi a quel blocco che la natura stessa ha costituito, non lo violentano. Questi esseri, invece, fanno violenza alla loro natura umana in sé stessi prima ancora di fare violenza agli altri.”

Una lotta democratica per la giustizia. Don Italo è stato un grande punto di riferimento per molti che, in quegli anni, erano impegnati nel mondo dell’associazionismo e del volontariato. Le vite di tante persone si sono mosse all’insegna delle sue parole. Ma il suo impegno non era mai scevro da una visione complessiva, un pensiero lungo sul mondo e sulla società. Il suo impegno non era ascrivibile a mera filantropia, non era mai semplicemente rispondere al bisogno urgente o contingente di aveva bisogno di un pasto, di un tetto, di chi era solo e emarginato. Don Italo amava i poveri e gli emarginati e sapeva che ogni gesto, per i poveri e con i poveri, doveva essere corroborato da una visione di società più giusta, più equa, libera, democratica. Sapeva che per conquistare dei diritti era necessario lottare, sperare e lottare, partecipare e lottare, impegnarsi e lottare. “La città è vostra e dovete occuparvene, dovete lottare, una lotta democratica e non violenta. Per lottare con coraggio e senza violenza bisogna formarsi una coscienza, essere in tanti, sostenersi gli uni gli altri. (…) Non aspettatevi che gli altri lottino per voi. Si può dare la delega per tutto, non esiste l’istituto della delega per cui altri vivano al nostro posto, prendetevi le vostre responsabilità.”

Ai giovani un invito costante all’impegno. Don Italo parlava spesso ai giovani, spronandoli a impegnarsi e ad avere cura della propria città, della società, del prossimo. L’invito era ad uscire dal proprio individualismo, a liberarsi da egoismi e narcisismi, ad anteporre l’essere all’avere, ma, soprattutto, a partecipare alla vita democratica della società, anche nel senso più laico, civico e politico che il termine “partecipazione” possa avere. Partecipare, impegnarsi, utilizzare la lotta non violenta, far valere i propri diritti: sembra che don Italo abbia lasciato alle nuove generazioni un testamento politico. L’impegno, quello vero, è a 360 gradi, su tutti i fronti e ha come obiettivo una società più giusta, dove i diritti di tutti non siano privilegi. Guardando oggi alla figura di don Italo Calabrò, non possiamo non costatare la debolezza manifesta della politica e dell’impegno dei giorni nostri, la fatica a costruire percorsi collettivi, per quanto capaci a mettere in piedi buone singole azioni. Il rischio, sempre dietro l’angolo, è che l’impegno si tramuti in autoreferenzialità. C’è ancora molto da apprendere dalla figura di don Italo, il riscatto di una comunità richiede, appunto, una dimensione collettiva e condivisa.

“Nessuno escluso mai”. Fino al 1992 è esistito, a Reggio, un “fetido stagno” dove erano rinchiuse centinaia di persone: era l’ospedale psichiatrico di Reggio Calabria. La battaglia per ottenere la chiusura di quel luogo di segregazione ebbe protagonisti don Italo Calabrò insieme a molti giovani di allora. Quella battaglia ha in sé speranza e cambiamento e ribalta il modo di accogliere l’altro. Nel manicomio ci stavano “i pazzi”, i reietti della società, condannati all’emarginazione, dimenticati dal mondo. Scrostare la visione generalista per cui gli ultimi sono ultimi e restano tali, disinnescarla e tramutarla in una storia di riscatto, di affermazione dei diritti umani e della dignità delle persone, di apertura all’altro, scoprendone e accettandone le alterità, di superamento delle paure, è forse la sfida più grande lanciata da don Italo. Dentro le parole “nessuno escluso mai” ci sono una missione e un monito, c’è un invito alle nuove generazioni e una spinta di grande vitalità e di apertura, c’è il desiderio di immaginare una società inclusiva e di costruirla giorno dopo giorno, c’è un pensiero lungo e profondo, capace di arrivare intatto fino ai giorni nostri.
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Don Italo Calabrò, noi lo ricordiamo così.

  • Per saperne di più sugli eventi in programma in ricordo di don Italo Calabrò visita il sito dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria -Bova
  • Queste sono delle letture utili per capire meglio la figura di don Italo e il suo impegno: Nessuno escluso, mai. Italo Calabrò prete del Sud, Piero Cipriani, La Meridiana – 1999; Don Italo Calabrò. Un prete di fronte alla ’ndrangheta, a cura di Domenico Nasone e Mario Nasone, con una prefazione di don Luigi Ciotti – Rubbettino – 2007; Il fetido stagno. L’Ospedale Psichiatrico di Reggio Calabria e il libro bianco del volontariato,  a cura di Orsola Foti e Pasquale Neri, AZ Edizioni – 2013

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