Accadde alla Clinica degli offesi. Parte prima

Il racconto di Thomas Zinzi

 

M’ero intestardito, volevo che quella persona capisse. Attraversavo la città, ma soprattutto attraversavo un periodo di vita dove portavo con me una torcia elettrica, perché la luce del giorno non mi bastava. Passai sotto la Clinica degli offesi e mi soffermai sulla scritta all’altezza del terrazzo “chi sta male sta ancora più male se non è qualcuno”.

 

Impallidii. Scartai una caramella e la mangiai velocemente per stare meglio. Già, per stare meglio… Quante cose dovremmo scartare! C’è un tale affollamento di solitudini volontarie

che quelle vere sono poco credibili.

Vidi un uomo che spalava un po’ di neve dalla lapide di suo figlio, incastonata tra due guard rail con un vaso di fiori indelebili e una bandiera di uno Stato che ha un solo articolo

nella sua costituzione Art.1 Il Paradiso è uno Stato fondato sull’ingiustizia della Terra.

Sentii freddo alle mani, le misi per qualche minuto sotto la pancia d’un cane disoccupato, che si affilò i denti – lo lasciai fare – alla mia caviglia, protetta da calzettoni spessi di cotone caldo.

Dovevo andare e andai dove volevo andare anche se andare mi costava caro, ma volevo che quella persona capisse e per capirlo dovevo andare.

Tornai indietro verso la clinica, ero curioso di conoscere gli orari di visita…capire di più, far visita ad un offeso e se possibile portare conforto. Ripresi la strada con passo deciso, ma ancora una volta mi fermai e se ci dovessi andare anche io lì a farmi ricoverare? Esiste un pronto soccorso o si prenota come un hotel? Ero uscito così deciso dall’ufficio e ora non sapevo più che fare. Misi la mano in tasca e presi la piccola foto di San Nessuno che aveva una scritta Non avere paura hai solo bisogno di tempo. Baciai la scritta e ripresi il cammino.

Rallentai per un fastidio al ginocchio che si spostò al piede e poi al polpaccio… anche il dolore faceva avanti e indietro…non sapeva cosa fare. Lentamente camminai verso la stazione dei taxi, ce ne erano cinque, i primi due vecchi e squallidi, aspettavo che qualcuno li prendesse…non volevo salire su una utilitaria poco rappresentativa. Il primo autista mi guardava e io cercavo motivi nei colori della pensilina, ma arrivò un gruppo di meridionali con trolley, appena usciti dall’ennesimo concorso, che se li portò via tutti!

Ripresi a zoppicare e andai verso l’est della città, il fastidio stava sfumando e cominciavo a sentirmi meglio.

Dunque, m’ero intestardito, perché volevo che il mio amico capisse, cioè doveva capire quello che non aveva capito… è per questo che mi ero incaponito, come si dice al sud!

Ma lui non c’era, era chiaro e anche se mi accingevo ad attraversare la città,  non l’avrei trovato. Io stavo cercando di farmi vedere impegnato… nella sua mente, in movimento, indaffarato, intelligente e intuitivo, fisicamente a posto. Noi cosiddetti uomini, possiamo avere questo potere? Possiamo farci vedere dal nostro meccanico mentre piangiamo? Quel consiglio d’amministrazione può accettare la mia disperazione? Credo proprio di no e malgrado il nostro rapporto poetico con la fede non  vogliamo accettarci neppure con lo sguardo, noi uomini…stop.

Tapparelle di casa: tutte abbassate… tende, doppie tende, triple tende  che ci escludono dal censimento d’un quotidiano sentimento. Nascondiamo  nudità, ma soprattutto abitudine, felicità, povertà, tenerezza e impegno dietro la persiana. Non si può fare solo beneficenza e quel gioco natalizio del cameriere che serve il pasto caldo ai senza tetto!

Città nascosta che guarda un film porno, mangia con le mani, mena le mani in famiglia, nasconde ricchezza, genera malattia…Vuoi andare a dormire prima di cena? Vuoi abbracciare quel cane peluche anche se sei un ingegnere? Regalaci questa tenerezza a finestre trasparenti e  ci ringrazieremo per esserci scambiati un po’ di bellezza e di miseria!

Per approfondimenti sull’autore e sul Progetto Miniera visita il sito www.progettominiera.it

One thought on “Accadde alla Clinica degli offesi. Parte prima

  1. Note descrittive dolorose sul sistema egoistico che l’uomo dell’occidente ( o anche dell’oriente?) ha creato.
    Ma per scalfirlo cosa si può fare’

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